Nel 1700 imperversava la passione per la Commedia dell’Arte, grande tradizione italiana. La maschera di Pulcinella, servitore dal grande naso adunco e dotato di grande sagacia, è da sempre una delle più amate. Pigro e goloso, secondo la tradizione popolare Pulcinella era gran divoratore di maccheroni.

In un celebre aneddoto, a Pulcinella, divenuto re, non fu più servita la sua leccornia preferita, giudicata troppo umile per il suo rango. Stizzito, a Pulcinella non rimase che dichiarare:

“e mò, mò me sprincepo!” ovvero: “e ora non mi resta che rinunciare al mio titolo nobiliare!”.

Tutto, pur di non rinunciare all’agognato piatto di pasta fumante, che proprio in quell’epoca prendeva sempre più piede nelle abitudini alimentari degli italiani.

Jacopo Vittorelli, nel suo poemetto intitolato appunto “I Maccheroni” racconta quanto Pulcinella amasse questo piatto:

“Così  il bravo Pulcinella farina dal buratto e acqua dal rivolo piglia e va meditando un capo d’opera. Fa certa pasta in men ch’io non descrivolo….”. “…e quei cannelli maccheroni intitola.”. Ovvero: "Così Pulcinella si procura la farina e l’acqua del ruscello, e medita di realizzare un capolavoro. In men che non si dica fa una pasta deliziosa, inventando appunto i maccheroni."

Sempre nello stesso poemetto l’autore continua ad elogiare gli squisiti maccheroni, terminando con una frase che a tutt’oggi non manca di essere significativa: “…Con un tal cibo che rallegra gli animi, qual cibo v’è che possa mai competere?... Muojan le droghe, che di vita privano e i maccheroni eternamente vivano”.

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